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London calls Torino risponde

Un web-magazine di Guido Barosio, Alessandro Defilippi e Antonina Sciortino

Londra e il labirinto

 

Londra è una città ideale per smarrirsi, seconda in questo solo a Venezia, che fu definita da Borges il vero labirinto. In certe zone potete ancora vagare per quel dedalo di vicoli, cortili, passaggi così ben descritto da Charles Dickens. Basti prendere l’ottavo capitolo del Martin Chuzzlewit, dove si descrive l’arrivo alla pensione di Mrs.  Todgers, in piena City vittoriana. Nel leggerlo, chiunque abbia vagato per Londra, in cerca di un’atmosfera oggi rara, ma ancora esistente, non può che riconoscere i piccoli, imprevisti dedali in cui si è a volta a volta smarrito. Ma, d’altronde, il viaggio –ogni viaggio, anche quello che conduce solo a pochi chilometri da casa o tra le pagine d’un libro- è una paurosa e felice occasione d’inquietudine, di smarrimento. Mi vengono in mente due frasi, che mi paiono adatte a questo modo di viaggiare e di vivere le città. Un mood, uno stato d’animo che è anche uno stile. Albert Camus scrive: “Ciò che dà valore al viaggio è la paura […] Siamo colti dal desiderio istintivo di tornare indietro, sotto la protezione delle vecchie abitudini […] In quel momento siamo ansiosi, ma anche porosi, anche un tocco lievissimo ci fa fremere fin nelle profondità dell’essere”. E’ questa porosità, forse, questa fragilità che, mista di paura, si apre alla percezione, una delle cifre del nostro viaggio esistenziale. Quel viaggio che implica lo smarrirsi e che ci è così necessario. Un’arte da imparare, come dice, in Un’infanzia berlinese, Walter Benjamin: “Non sapersi orientare in una città non significa molto. Ci vuole invece una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta”.

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Ecco. Londra, allora, come città di vagabondaggi, dove il wanderer, l’eterno fanciullo, il viaggiatore di tanta letteratura romantica, può perdersi e fantasticare. Ci sono libri magnifici che raccontano di questo smarrirsi, come L’avventura londinese o l’arte del vagabondaggio, di Arthur Machen. Libro, temo, oggi introvabile nella sua traduzione italiana. Ed è un peccato, perché Machen è uno di quegli straordinari e sottovalutati scrittori fioriti nell’Inghilterra vittoriana e che portarono il racconto fantastico al suo apice. Gente come Hodgson, M.R. James, Blackwood, De La Mare… gente capace di perdersi nei luoghi esterni e interni: i luoghi della loro mente, spesso porosa, come dice Camus, e in grado di intuire qualcosa al di là del velo del nostro mondo pesante e concreto. E allora, un consiglio: se andate a Londra, lasciate per un giorno la guida a casa e smarritevi, magari nei piccoli, nascosti giardini della City o per le strade dell’East End o tra i cortili di Clerkenwell. Vagate senza meta tra le Courts del Temple o in certi cimiteri, dove incontrerete, se sarete fortunati, la tomba di William Blake. Se volete, portate con voi un libro di Dickens o di Machen, magari I tre impostori. E bevete una pinta alla mia salute.

blake

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