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London calls Torino risponde

Un web-magazine di Guido Barosio, Alessandro Defilippi e Antonina Sciortino

Wire: il punk in accademia

Prima di passare a qualche produzione più recente, volevo soffermarmi su un grandissimo gruppo londinese a cui accennavo nel mio scorso articolo: gli Wire. Sempre (o quasi) applauditi dalla critica, gli Wire sono stati invece dimenticati dal pubblico troppo in fretta,  nonostante il loro ultimo disco ufficiale risalga a solo tre anni fa e proprio l’anno scorso sia apparsa una raccolta di materiale inedito del periodo ’78/’80.
Il quartetto londinese (Newman – voce e chitarra, Gilbert – chitarra, Lewis – basso, Gotobed – batteria) si forma verso la metà degli anni ’70 all’interno dell’accademia d’arte di Watford; sono disegnatori, stilisti e tecnici del suono, accomunati dalla voglia di fare musica e incendiati dal fuoco della neonata scena punk.  Mentre le cafonate dei Sex Pistols facevano tremare la Londra benpensante, gli Wire lavoravano di cesello per costruire le loro architetture musicali. L’unione della libertà espressiva propria del punk e dell’animo intellettuale/artistico dei quattro crea i presupposti perfetti per la creazione di un suono unico. E’ proprio l’equilibrio tra immediatezza e una voglia tutta nuova di sperimentare a definire il registro stilistico dei primi tre dischi degli Wire: Pink Flag (1977), Chairs Missing (1978) e 154 (1979) formano un vero e proprio crescendo dove la forma punk viene mano a mano investigata e destrutturata.  Nel 1979  gli Wire trovano la formula perfetta e creano un capolavoro di eleganza punk dove rock abrasivo, pop decadente e una vena sperimentale collaborano armoniosamente.  154 è un disco umorale, capace di mutare forma canzone dopo canzone e coniugare inni apocalittici, derive psichedeliche e ritornelli orecchiabili.  In un unico disco gli Wire sono riusciti a definire le coordinate del post-punk e a superarle: non male per quattro ventenni! Non bisogna credere però che, terminata la propulsione degli anni ’70, gli Wire si siano poi spenti miseramente, negli anni hanno infatti continuato a sfornare un disco dopo l’altro e dopo trent’anni di carriera riescono ancora a regalarci gemme come Red Barked Tree (2011), dove, abbandonate le cupe tinte degli esordi, si dedicano a un pop-rock elegante e nervoso. Fregandosene di mode e trend, gli Wire continuano a creare e sperimentare, andando a ritagliarsi uno spazio del tutto personale nella storia della grande musica.

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