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London calls Torino risponde

Un web-magazine di Guido Barosio, Alessandro Defilippi e Antonina Sciortino

L’anima delle storie. Buongiorno Massimo Gramellini. 2

Qual è il messaggio che vorresti trasmettere attraverso i tuoi libri?

«Se uno continua a piangersi addosso, fare la vittima o, peggio, a delegare agli altri – gli ‘altri’ come il leader politico o la persona con cui stai – la soluzione dei propri problemi finisce con l’affidare la propria vita a qualcuno che ne diventa il padrone. Io credo che la vita abbia un senso e che il senso della vita sia evolvere, ma per farlo devi affrontare delle prove. In fondo la vita è esattamente come un romanzo. Cosa succede nel romanzo? C’è un protagonista che, all’inizio, conduce un’esistenza conservativa. Allora cosa fa Dio – lo scrittore? Gli fa capitare qualcosa, gli mette una buca davanti ai piedi costringendolo a saltare. Nel saltare quella buca il protagonista rivelerà agli lettori, ma soprattutto a se stesso, qualcosa di se.”.

E’ capitato anche a te?

“Cinque anni fa ho accettato di fare la cosa più lontana dal mio carattere timido: andare in televisione tutte le settimane da Fazio. Volevo mettermi alla prova, scoprire qualcosa di me, perché mi ero accorto –  andando in scena a teatro – che mi veniva bene parlare in pubblico e catturare l’attenzione della gente. Era una dote che non sapevo di avere. Ognuno di noi ha delle potenzialità che non riesce ad esprimere. La cosa più orribile che può succederti nella vita è non esprimere delle potenzialità latenti che hai. Questo è il vero fallimento. La cosa più dolorosa è scoprire poi, da anziani, quando non hai più le forze, che avevi un talento e non immaginavi neanche di possederlo. Ecco il messaggio che vorrei trasmettere sempre: ciascuno ha un talento unico, devo solo imparare a scoprirlo perché magari è totalmente diverso da quello che sta facendo. Quanti di noi hanno dei talenti che non sanno di avere? Davanti alla novità la prima reazione è sempre il rifiuto, per questo la vita ti da dei segnali così forti. Quando il tuo destino è davvero quello di fare una cosa la vita te lo segnala senza mezze misure, anche in maniera molto dura”

Quindi dai problemi possono nascere grandi opportunità?

“Esatto. Il bene e il male sono concetti umani, ma che cosa sia il male o il bene non si può mai stabilire a priori. Faccia un esempio che mi riguarda. Cosa può esserci di peggio che perdere la mamma a 9 anni. Eppure quella cosa orrenda in me ha prodotto anche del bene; mi ha permesso di elaborare, di affinare una sensibilità che, se fossi cresciuto con una mamma come la mia –  protettiva e calorosa – non sarebbe stata la stessa. Magari sarei venuto su mammone e avrei rifiutato l’offerta di andare a lavorare a Milano. Noi passiamo la giornata continuamente a giudicare quello che facciamo, a giudicare gli altri e quello che ci succede. Ma la vita è sempre giusta, anche quello che  succede è sempre giusto e perfetto, persino il rigore fallito da Cerci!”

Quanto c’è di spirituale in questo approccio?

“Io sono convito che il corpo sia come un abito che poi dismetti, credo all’esistenza della spiritualità e penso che lo spirito – ad un certo punto – decide di reincarnarsi in vari cicli per raggiungere una dimensione diversa. Di dimensioni ce ne sono tante, non c’è solo quella terrestre e tu, per poterti affinare, per salire di dimensione, devi fare delle esperienze. Io sono un grande lettore di Platone, lui aveva già detto tutto, ed era un grande scrittore perché raccontava concetti difficilissimi attraverso le immagini. Platone immaginava che le anime corressero su dei cocchi; ma queste anime non erano sullo stesso carro, e ogni carro aveva una visione parziale delle idee, l’unica idea che tutti riuscivano a vedere  era la bellezza. La bellezza è l’unica idea universale che riusciamo a comprendere. La saggezza non riusciamo a vederla, immaginarla, mentre la bellezza sì, perché ci confrontiamo con l’assoluto. Però – come diceva Platone – siamo su cocchi diversi, ognuno con un carattere preminente. Così, spesso, incontriamo una persona completamente differente da noi, nemica, che apparentemente ci fa del male, ma invece è la nostra sfida. Il dolore è una crepa che ti offre tre possibilità. Una è quella di scappare, tornare indietro, ma non ti serve a niente, un’altra ti porta ad irrigidirti, bloccarti, rimuovere tutto, la terza opzione ti porta ad affrontare il dolore e ad attraversarlo. È la più difficile, ma come tutte le sfide ti consente di scoprire altre cose di te. Quand’è che noi ci rendiamo conto di vedere un grande film?Quando un personaggio, a forza di crepe e di scelte, cambia in modo inaspettato».

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Quindi non bisogna mai voltarsi indierto?

«Io non sopporto la nostalgia, la chiamo ‘torcicollo emotivo’. Non dobbiamo avere rimpianti e penso che la rapidità sia ‘il valore di oggi’. Ma bisogna andare oltre, non dobbiamo sottometterci ed essere ancora più rapidi, bisogna cambiare modo di pensare. Siamo ad un passaggio dell’umanità che non ha precedenti nella storia. Oggi la vita è ricca di stimoli come mai in precedenza. Era meglio prima? No, non era meglio né peggio, era quel tempo, e adesso noi viviamo il nostro tempo!»

Il tuo rapporto con le nuove tecnologie e con i social?

«Riluttante. Ho una pagina facebook molto amata e seguita, con più di 300mila contatti. Questo mi piace, ci  metto i pezzi e le cose che faccio, vado spesso a guardare cosa dicono gli altri e cosa succede. Invece non entro su twitter, forse perché temo di diventarne schiavo. Quando sei un personaggio pubblico nasce un rapporto ipocrita, affronti 100mila follower e non puoi far finta di stabilire un rapporto individuale con tutti; così la relazione diventa uno finta, un gioco egocentrico. Il mio tweet è quello che scrivo tutti i giorni sul giornale. Oggi ho l’impressione che andiamo verso una cultura digitale sempre più di nicchia. Tutti sono facilitati nel seguire solo quello che vogliono, ignorando il resto, ignorando la prospettiva. Ci sono degli adolescenti che ti annichiliscono su temi specifici di cui sono innamorati, poi gli fai un riferimento storico e rimangono paralizzati. Per loro è tutto insieme, è tutto un link, non c’è un prima né un dopo. Gli manca quel senso della prospettiva, dello scenario, che abbiamo noi cresciuti nel mondo dei libri”.

La grande passione per il Toro di Massimo Gramellini. Cosa rappresenta per te la squadra granata?

«Il Toro è la mia infanzia senza la mamma, con un papà difficile da raggiungere e con questo unico codice: il Toro. Quindi la squadra rimane per sempre il ricordo della manona di mio papà, con la mia manina dentro, mentre mi porta allo stadio. Dopo la morte di mamma c’era il dramma delle domeniche e l’unica cosa da fare era andare vedere il Toro, anche in tutte le trasferte. Il Toro è un grandissimo romanzo incredibile, non riesci ad immaginare una quantità di emozioni tali. Arrigo Sacchi disse “Il calcio è la cosa più serie tra le meno serie”, il Toro per me è “tra le cose non serie la più seria”. È un’idea il Toro, non un ideale, un’idea del modo di affrontare la vita. Anche lì dobbiamo fare un salto di qualità, rinunciando al vittimismo per tirare fuori la rabbia. L’immagine di Pulici che, dopo un gol sbagliato o un palo, alzava le mani al cielo è il Toro. Ogni tanto bisogna a prenderlo a pugni il destino. Pulici è il giocatore della mia adolescenza e della mia infanzia. Andavo a vedere gli allenamenti e lui fu messo in castigo – a palleggiare e tirare contro un muro – perché non centrava mai la porta. Ad un certo punto la palla gli finisce in faccia e si fa male; così gli ho gridato “Forza Pupi”, come se fossi io quello che doveva reagire. Quando tornò a segnare mi sembrò che quel gol l’avessimo fatto insieme! Pulici rappresenta lo spirito del Toro proprio perché c’è stato quel percorso».

 

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