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London calls Torino risponde

Un web-magazine di Guido Barosio, Alessandro Defilippi e Antonina Sciortino

L’anima delle storie. Buongiorno Massimo Gramellini. 1

Senza alcun dubbio ‘il più amato dai torinesi’, che ogni giorno aspettano il suo ‘Buongiorno’ come start up su cui riflettere e commentare. Scrittore di formidabile successo ci rivela il suo amore per Torino, Platone, il Toro e la spiritualità. Ci parla di un mondo dove sfide e ostacoli ci migliorano, mentre è bandita ogni nostalgia, perché solo guardando avanti si cresce. 53 anni, vicedirettore de La Stampa, autore del best seller ‘fai bei sogni (oltre un milione di copie), ai vertici delle vendite col recente ‘La magia di un buongiorno’, Massimo Granellini ci riceve nel suo ufficio, per metà libreria e metà ‘tempio granata’, con Cavour e Pulici in bella vista. Lontano da ogni possibile stereotipo è un uomo ‘di prospettiva’, che ama interpretare il presente attraverso storia, libri e filosofia. Un concreto cultore di sfide che si vincono accettando (e affrontando) il ‘male’ che può migliorarci.

Cosa provi rivendendo 15 anni di Buongiorno riuniti in un solo volume? Dopo averli pensati uno ad uno, sul filo della cronaca e dell’immediato…

«Tanti fili si riannodano, si ricompongono, ma su tutto domina una sensazione che fa riflettere. Nonostante in 15 anni sia cambiato tutto – dalla rivoluzione tecnologica alla crisi economica – noi non cambiano mai. Se vai a rileggerti un Buongiorno dove parlavo di violenza negli stadi, scritto nel 2004, ti rendi conto che potrei ripubblicarlo domani mattina; quando ho iniziato c’erano ancora gli echi di tangentopoli, e oggi? Alla fine l’italiano manifesta degli elementi che  appaiono immutabili. D’altronde sono riflessioni che fai leggendo anche testi molto antichi, il tempo passa ma siamo sempre noi».

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Questo ci può salvare o ci danna?

«Tutte e due le cose. Gli italiani sono questo e bisogna accettarlo. Io dico sempre che abbiamo un pregio in più dei nostri difetti, ma lo dico anche per tirar su il morale. Non puoi chiedere a un italiano di essere organizzato, non diamo il meglio di noi nello strutturarci la vita giorno per giorno. Abbiamo il talento, la mossa del cavallo degli scacchisti. Noi sorprendiamo perché facciamo sempre qualcosa di diverso. Però, al contempo, abbiamo dei vizi fondamentali. Uno su tutti: l’assoluta mancanza di senso dello Stato. Per questo ci sono ragioni storiche: mentre altri Paesi sono diventati Stato molto presto, noi ci siamo incollati 150 anni fa, quindi non c’è il senso della comunità. Se a Londra getti un fazzolettino di carta per terra in un parco, immediatamente un inglese – anche un hooligan – ti dirà “oh, tiralo su”. Perché il parco, proprio perché è di tutti, è anche loro. Per noi invece una cosa che è di tutti è di nessuno. In America un evasore fiscale è visto come un nemico della comunità, perché ruba i soldi a tutti. Da noi no, perché uno che ruba allo Stato non ruba a me, ruba allo Stato, che è una entità astratta, magari anche nemica».

Anzi, qualche volta l’evasore passa per Robin Hood…

«Un eroe che ha saputo fregare il nemico comune che è lo Stato gabelliere. Noi abbiamo una storia di 2000 anni in cui lo nazione si incarnava nel potere straniero che cercava di portarti via i soldi. Da qui arriva la nostra attitudine a pensare solo alla famiglia e nasce la mentalità mafiosa. Che cos’è la mafia? È un tuo Stato che ti crei contro lo Stato ufficiale. Una grande famiglia che ti aiuta a sopravvivere alla faccia e contro lo Stato invasore».

I giovani sono più cosmopoliti e tecnologici. Sovente hanno uno sguardo diverso. Possono cambiare le cose?

«Certo. Io penso che ogni generazione rappresenti un passo avanti, e questa mi sembra molto molto sensibile. A differenza della precedente, che, per intenderci, è quella di Renzi – figlia ancora degli anni del benessere e della tv di Berlusconi – questa è una generazione cresciuta già nel web e nella crisi. Per loro il posto fisso non è più una certezza. Il mondo sta cambiando e, probabilmente, questi ragazzi saranno pronti ad affrontarlo”.

In questo scenario com’è cambiata Torino?

«Iniziamo col dire che, da abitante di Torino, la città mi piace più oggi di quando ero bambino. Quelli che rimpiangono la Torino negli anni ’70 forse hanno qualche problema di memoria. Era livida, triste, si sparava per le strade. Mio padre mi diceva “Non andare mai in via Barbaroux”, e io pensavo si chiamasse via Barbablù, perché allora il famoso quadrilatero, il luogo della movida, era una zona off limits, dove non potevi neanche entrare. Quando in tv vedevi un’immagine di Torino compariva un cielo cupo, plumbeo e, nella migliori delle ipotesi, la fabbrica sullo sfondo con una ciminiera che fumava. Nessuno a cui dicevi che Torino era bella ci credeva, pensavano fosse una battuta. Ora tutti quelli che vengono a Torino dicono “Ma è una città meravigliosa, una delle più belle città italiane!”. Quindi qualcosa è sicuramente cambiato, in più c’è stato il definitivo assorbimento della grande immigrazione meridionale degli anni 50′. Adesso i figli e i nipoti di quegli immigrati sono i torinesi più orgogliosi di essere torinesi. La mentalità è cambiata anche se i pregi e i difetti rimangono gli stessi. Il pregio fondamentale è la serietà, la disciplina, il senso dello Stato che c’è solo qui. Non a caso, perché Torino è l’unico punto d’Italia che ha avuto uno Stato dove i re non erano stranieri”.

Di cosa vivrà Torino nei prossimi anni?

«Intanto il Polo motoristico rimane, con la Fiat che c’è ancora e con tutte le sapienze e conoscenze costruite in questi decenni che sicuramente restano».

Ma più come ‘casa delle idee’ che come produzione…

«Dire di sì. In un mercato globale non puoi più pensare a 200mila operai in una città. Ma Torino ha altre risorse, come il fortissimo distretto della tecnologia legato al Politecnico. E poi c’è il polo culturale, quello enogastronomico. Torino sta diventando sempre più una città di congressi, perché offre tutta una serie di opportunità: un luogo dove mangi bene, dove c’è un clima piacevole, un traffico accettabile, luoghi per ospitare… Il vero cambiamento che porterà a un cambiamento della città è la fine della monocultura. In fondo il torinese nasce contadino, montanaro appunto, poi soldato – quindi sempre Uso Obbedir Tacendo – dopo diventa operaio con la mentalità del soldato, del contadino. Adesso non possiamo più dire che esiste un solo tipo di Torinese, quindi dobbiamo aprirci verso nuovi orizzonti. È un mondo che sta cambiando, dobbiamo pensare in un altro modo e in questo Torino ha qualcosa in più degli altri. Ma per crescere bisogna cambiare modo di pensare, se si pensa con le regole del passato non si va da nessuna parte. Bisogna rinnovare l’intelaiatura mentale”

Cosa avviene quando uno scrittore diventa giornalista?

«Io da bambino volevo fare lo scrittore, non il giornalista; ma mi sono trovato a fare il giornalista con molto piacere. Un po’ perché ho scoperto che mi veniva naturale, che la mia curiosità e la mia voglia di comunicare immediatamente era tipica del giornalista, in più perché era un lavoro, mi pagavano per scrivere, una cosa meravigliosa. La saggistica la considero strettamente legata con il giornalismo. Sulla narrativa è altra cosa, perché non era quasi mai successo che i giornalisti facessero libri, romanzi di successo. Il primo a portare un segno di novità è stato Terzani; e adesso  i giornalisti hanno iniziato a calpestare quella che sembrava la regola fondamentale del mestiere mettendo l’Io in campo. Paradossalmente l’Io diventa arricchimento, come nel caso di Saviano. Libri sulla camorra ne erano usciti mille e letti nessuno. Lui cosa fa, si rilegge quei libri, ci aggiunge le sue esperienze e poi riunisce tutto quanto mettendoci l’io, cioè mettendoci dentro Roberto Saviano. A quel punto la gente ha finalmente un elemento in cui identificarsi. Se vuoi anche ‘Fai bei sogni’, nel suo genere, è la stessa cosa. È la storia di un orfano, che soffre, che perde la madre, che deve riuscire a superare il dolore che gli ha segnato la vita… Ne hanno scritti a decine di migliaia di libri sugli orfani; però in questo caso, evidentemente, c’era un Io narrante in cui la gente si identificava. Non c’è altra spiegazione, ancora oggi ricevo decine di lettere alla settimana di persone che leggono il libro e mi raccontano la loro vita. Quel libro ha funzionato come uno specchio, tu lo leggi e tiri fuori il tuo dramma personale. Le famiglie sono un luogo meraviglioso ma anche un posto terribile, evidentemente ‘Fai bei sogni’ ha toccato una corda di tutti. Quando si vende un milione di copie vuol dire che non c’è solo la qualità letteraria, vuol dire che l’autore ha raggiunto una corda profonda dentro ciascuno di noi».

Foto di Franco Borrelli per Torino Magazine

 

 

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