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London calls Torino risponde

Un web-magazine di Guido Barosio, Alessandro Defilippi e Antonina Sciortino

KENYA: LA GRANDE AFRICA A PORTATA DI MANO .3

Decisamente più edonista la puntata a ‘Sardegna 2’ (ma, per cortesia, cambiategli il nome…) e al dedalo acquatico delle mangrovie di Mida Creek. Nella stessa giornata si può godere di uno snorkeling tra i pesci tropicali, di acque cristalline baciate e accarezzate dalla sabbia candida offerta dalla bassa marea – su una spiaggia che affiora dal mare e che, nel mare, ha il suo unico confine – di una tappa gourmand a base di aragosta, prima di inoltrasi, in canoa, verso uno scenario di verde primordiale, immutato dal giorno della creazione. Tappa successiva del nostro reportage il parco di Tsavo Est.

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L’esperienza del safari fotografico resta una delle emozioni irrinunciabili per chiunque affronti – anche solo una volta, la prima volta – le rotte africane. Quando si varca l’ingresso di un grande parco tutto cambia: la prospettiva, le aspettative, la stessa misura del tempo e dei desideri. Inevitabile ‘sentirsi ospiti’, e ospiti di qualcosa di più grande, di ancora incontaminato, di così immenso e lontano che ancora non siamo riusciti a ingabbiarlo, condizionarlo, renderlo gestibile.

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Dicevamo dei desideri: la vista, l’incontro ravvicinato con gli animali in libertà diventa il vertice delle aspettative. In un susseguirsi di emozioni. Prima arrivano i più ‘facili’: gazzelle, dik dik, zebre, giraffe, ma anche gli elefanti, per dimensioni più avvistabili di altri. Ma l’obiettivo diventa velocemente un altro, e lo sguardo si perde nella savana alla ricerca dei quattro big five ancora mancanti all’appello: leone, leopardo, bufalo, rinoceronte; le prede più ambite col ghepardo e l’ippopotamo, altri preziosi trofei per fotografi. Naturalmente un discorso a parte meritano i grandi felini: il loro avvistamento ‘può fare la differenza’, rendendo insuperabile l’esperienza del safari. Ma la magia nasce anche dal rito e dai ritmi: alloggiamenti in campi tendati (spesso con molti confort e ottima cucina) circondati da una natura onnipotente e meravigliosa, lunghe escursioni in jeep nei sentieri della savana dove – tra continui sobbalzi – l’occhio diventa ‘cacciatore’, l’alba e il tramonto in scenari incontaminati, notti dove il buio profondo e il silenzio sono rotti soltanto dalla luce delle lanterne alimentate dal generatore. In questo contesto coi compagni di viaggio si crea quel particolare cameratismo che induce alla confidenza, al racconto, alla condivisione dell’entusiasmo per un avvistamento prezioso. Il safari non è mai un’escursione come le altre; lo si fa una volta e lo si rifarebbe per sempre, perché nonostante il copione resti immutato (indipendentemente dalla località), la fauna colta nel suo habitat offre comunque emozioni diverse, forti, pure, efficaci, emotivamente irresistibili. Se il safari è un ‘estremo’ del nostro soggiorno africano, l’altro è l’oceano. Due dimensioni, prospetticamente diverse, dove la natura ci riporta indietro, verso le origini, verso l’inizio di tutti i tempi. Anche quando costeggia le rassicuranti costruzioni di resort e villaggi, qui il mare ha sempre qualcosa di unico e primordiale. Infatti il turista meno avvezzo alle emozioni forti preferisce il bordo vasca della piscina: più confortevole, più attrezzato, più simile al concetto di vacanza che a quello di viaggio. Il mare africano – tiepido come l’utero materno e altrettanto primitivo nei significati – domina la scena oltre lo sguardo; vuoto e libero ospita le attività antiche e minimali di pescatori e raccoglitori di conchiglie, invita alla balneazione prudente, ti accoglie nella sua grande culla solo per un tempo limitato; lui detta le regole e tu ne godi con gioia, ma resti – consapevole di esserlo – niente di più che un ospite. Ma la sua lezione ti sintonizza con benefici che vanno ben oltre al semplice tuffo nel ‘grande blu’. Il mare tropicale lo respiri, ti pulisce la mente, ti riporta a sensazioni lontane e fuori dal tempo, intime, pulite, essenziali nella ricerca di un piacere senza prezzo e senza rotte. Tutto la costa propone le medesime – incontaminate – sensazioni, ma alcuni luoghi sono veramente speciali, come la ‘spiaggia dorata’: immensa distesa di sabbia dove la pirite regala scintillii fatati e preziosi nel rincorrersi di onde e maree.

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Ultima tappa del nostro viaggio il canyon di Marafa: uno splendore minerale che sembra appartenere ad un altro pianeta. Nato grazie all’azione erosiva delle piogge, la sua meraviglia geologica propone una tavolozza dalla formidabile varietà di colori e sfumature. In alto il verde brillante della vegetazione che decora le creste, scendendo verso il basso le tinte si dispongono a strati: bianco abbagliante, rosa chiaro, arancio, rosso cupo, tonalità fulve e pennellate fiammeggianti.

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Si resta semplicemente senza fiato, come di fronte ad un paesaggio venusiano, o al set di Star Wars, comunque esploratori di uno scenario alieno esuberante e primordiale. Battezzato ‘Hell’s Kitchen’ (le ‘Cucine del Diavolo’) il luogo rimanda a sinistre leggende e i nativi lo chiamano Nyari (‘la cosa rotta da se’); ricordando come – in tempi antichissimi – il canyon non esistesse e il luogo ospitasse un villaggio, inghiottito nel sottosuolo dal volere di una divinità onnipotente. Onnipotente e distruttrice, ma certo dotata di un senso artistico fuori dal comune. Perché in pochi luoghi al mondo come a Marafa la geologia sembra opera di arte contemporanea e design, con un gusto per la forma e l’astratto talmente efficace da non poter essere ritenuta casuale. Anche nella sua fruibilità, essendo la dorsale del cratere dotata di un sentiero naturale che permette di scendere fino in fondo alla depressione; dove si passeggia, emozionati e stupefatti, tra pinnacoli, guglie di roccia, prospettive minerali in continuo divenire. E’ il saluto ideale di un viaggio verso l’Africa ed i suoi tesori: un itinerario che in soli sette giorni riassume il fascino di un intero continente. Il Kenya è un manuale a cielo aperto, una porta e una sintesi, una scoperta irrinunciabile a portata di mano.

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