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Un web-magazine di Guido Barosio, Alessandro Defilippi e Antonina Sciortino

KENYA: LA GRANDE AFRICA A PORTATA DI MANO .2

La base del nostro reportage è stata Watamu, perla naturalistica nella costa orientale del continente, tutelata da un Parco Nazionale Marino che offre spiagge candide, coreografici isolotti, un oceano che mette in scena tutte le possibili totalità di blu, azzurro e turchese.

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Il movimento quotidiano delle maree muta continuamente lo scenario, allontanando e avvicinando le onde in un gioco che rivela e nasconde, offrendo la possibilità di lunghe passeggiate dove solo poche ore prima le acque coprivano il bagnasciuga. La struttura che ci ha accolto – il Villaggio Bravo 7 Islands Resort – merita in pieno il proprio nome: di fronte al candore abbagliante della spiaggia, come in una quinta teatrale, si trovano disposte sette isole diverse per forma e dimensioni, la spettacolare installazione di un diadema tropicale. Se il colpo d’occhio invita alla stasi e alla contemplazione, la posizione strategica rende possibile numerose esplorazioni senza spostamenti eccessivi. Chiunque ‘sappia di Africa’ si rende perfettamente conto di quanto questo dettaglio sia prezioso. Il grande continente offre scenari naturalistici incantati, ma sovente è inevitabile sottoporsi a trasferimenti lunghi, a volte complessi, nella maggiora parte dei casi inevitabilmente scomodi. Non è così per il tratto migliore del litorale kenyota, da Watamu si può partire in battello per la ‘spiaggia affiorante’ di ‘Sardegna 2’ (nome improbabile ma location di strabiliante bellezza) e per le mangrovie di Mida Creek, in trenta minuti di auto si raggiunge la città fantasma di Gede, in poche ore si approda alla Spiaggia Dorata, al coloratissimo canyon di Marafa (escursione irrinunciabile, emozioni estetiche mozzafiato), al Parco nazionale di Tsavo Est, che con il contiguo Tsavo Ovest è la maggiore area naturalistica del paese.

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Oceano e leoni, genti, villaggi e savana, litorali incontaminati e vegetazione smeraldo: tutto ‘a portata di mano’, praticamente impossibile trovare qualcosa di paragonabile. Logico iniziare il nostro itinerario da Gede: il luogo che meglio ci fa comprendere quanto ancora non conosciamo dell’Africa e della sua genesi. Il Kenya è una realtà storicamente disomogenea, una nazione composta da 43 tribù unificate dal colonialismo anglosassone, in questa terra particolarmente cinico e brutale. Nato come un’unica grande colonia, divenuta poi stato indipendente, mantiene equilibri delicati tra popolazioni storicamente nemiche o rivali, native o pervenute attraverso migrazioni e conflitti, libere o eredi di uno schiavismo che ha prodotto nel tempo insediamenti stanziali. Un cocktail etnico affascinante e complesso. Come molte altri paesi africani ha i confini disegnati dagli antichi padroni europei, rette tracciate ad inchiostro sulle antiche mappe degli esploratori. E Gede, in fondo, ci racconta tutto questo. Oggi le sue rovine si aprono nella foresta a poche centinaia di metri da un paesone serenamente immemore del proprio passato. Il visitatore si trova di fronte a monumentali vestigia sopraffatte dagli alberi – ficus e baobab – che, enormi, hanno piantato le radice tra murature di palazzi, edifici religiosi e abitazioni. Come nello Yucatan o in Estremo Oriente, la natura si è impadronita dell’insediamento umano gemellandosi ad esso. Le scimmie, migliaia, sono i nuovi padroni di casa – i fantasmi vegliano, proteggono, e – qualche volta – si manifestano in forma animale. Perché anche Gede ha il suo yeti: un silente, enorme quadrupede, che, si narra, pedina i visitatori che osano percorrere da soli e all’imbrunire le sue antiche strade. Cosa sappiamo di chi costruì tutto questo, e di perché l’abbandonò? Poco o nulla. Gede visse quattrocento anni – tra il XIII e il XVII secolo – ed era ignota ai portoghesi che ebbero una costante presenza a Malindi, distante solo 15 chilometri. Gli archeologi ci parlano di una città con circa 2500 abitanti: swahili di religione islamica. Ma molti reperti sembrano confondere le idee, perché la simbologia rinvenuta fa invece pensare a riti ancestrali di origine africana.

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La sua struttura richiama una città portuale, peccato che l’insediamento disti 5 chilometri dal mare e che – all’epoca – la costa fosse ancora più lontana di oggi dall’abitato. Vi bastano questi misteri? Magari si, ma c’è dell’altro. Se Gede nacque e si sviluppò seguendo vicende che non conosciamo, lo stesso si può dire della sua fine. Come per gli antichi abitanti dell’Isola di Pasqua o per i Maya possiamo solo fare supposizioni. Le più attendibili ci parlano di una epidemia di lebbra o dell’invasione dei leggendari Zimba: guerrieri ferocissimi provenienti dalle falde del Kilimangiaro, probabilmente cannibali, che con le loro scorrerie arrivarono fino alla costa.

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Terrorizzanti al loro stesso apparire, gli Zimba non facevano prigionieri e si manifestavano coperti di piume scarlatte (una per ogni nemico ucciso), ossa e pelli di coccodrillo. Un finale comunque doloroso e cruento per una civiltà che oggi, a poche minuti dalle effervescenti atmosfere dei villaggi della costa, ci racconta la sua gloria mascherata dalla foresta, ancora bellissima nei suoi resti monumentali decorati di verde.

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