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London calls Torino risponde

Un web-magazine di Guido Barosio, Alessandro Defilippi e Antonina Sciortino

ITALIA – INGHILTERRA NON E’ MAI UN’AMICHEVOLE .1

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L’irresistibile fascino di una sfida che ha scritto la storia del calcio. Con Torino protagonista assoluta. La ‘partita del secolo’ persa dagli azzurri 4 a 0, la prima vittoria coi bianchi nel ’73, le splendide tavole del Calcio Illustrato di 67 anni fa…

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Un confronto leggendario che torna in città il 31 di marzo per celebrare la Capitale Europea dello Sport. Il bilancio parla chiaro: i ‘maestri’ siamo noi, anche se ci abbiamo messo 40 anni esatti per batterli la prima volta. Il debutto avvenne nel 1933, a Roma (1 a 1), poi solo amichevoli (si fa per dire…), compreso lo storico successo a Torino del 14 giugno 1973 per 2 a 0. Prima vittoria ufficiale 3 anni dopo (qualificazioni mondiali, sempre 2 a 0). Lo score complessivo? Eloquente: 25 match, 11 vittorie, 8 pareggi, 6 sconfitte. Ma Italia – Inghilterra non è, e non sarà mai, una ‘partita amichevole’. Troppe cose in palio: l’orgoglio, la storia, i ricordi, lo stile, il palmares, le polemiche velenose, la presunta superiorità albionica, il cinismo tricolore, i tanti (memorabili) campioni che hanno vestito il bianco e l’azzurro.

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In questa saga Torino è indiscussa protagonista. I ‘maestri’ si sono affacciati da noi 4 volte. Nelle ultime 3 le hanno buscate, ma vantano la vittoria più celebre, quando sconfissero il Grande Torino ‘versione tricolore’ per 4 a 0 in quella che fu definita ‘La partita del secolo’. Ed è con quel match che inizia la ‘storia torinese’ di Italia Inghilterra. La guerra era terminata da tre anni, in città le ferite dei bombardamenti ancora visibili e dolorose, col Comunale – sede del match – definitivamente restaurato proprio per la gara tanto attesa. La scena calcistica era dominata dal Grande Torino, all’apice del suo splendore, primo in classifica con 105 gol all’attivo, mentre il Milan, secondo, ne aveva segnati ‘appena’ 64.

Toro

I granata praticavano il ‘sistema’ di derivazione britannica: modulo assai più offensivo del classico ‘metodo’ che aveva fatto vincere all’inossidabile Vittorio Pozzo (da sempre allenatore degli azzurri) i mondiali del ‘34 e del ‘38. Edizioni alle quali gli inglesi, fieri della loro ‘superiorità’, non parteciparono. L’attesa era enorme e la città, drogata dall’evento, si cullò in un’atmosfera che il giornalista Leone Boccali celebrò con queste parole “Torino ha visto per due giorni e due notti un ritmo di vita tipo Londra o Parigi”. Tutti si voleva vincere: la nuova Italia avrebbe scritto una pagina di storia contro la vecchia, e forse ancora perfida, Albione. Ma a leggere le dichiarazioni della vigilia sul Calcio Illustrato si riconosce più di un timore: “L’avvenimento sportivo ci deve dare gli elementi per dire a quelli che furono, e secondo me restano ancora, i maestri del calcio nel mondo e ai quali noi, forse senza peccare d’immodestia, ci sentiamo i più vicini, che se la loro tecnica ci abbaglia, se la loro organizzazione ci impressiona, una cosa soprattutto ci riempie di ammirazione o abbattimento, ed è quel saper accettare in ogni caso il risultato senza esaltazione o abbattimento, quel ‘saper perdere’, che è segno di elevate qualità sportive.

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Desiderosi di emularli anche in questo, così come riteniamo di aver saputo fare anche nel giuoco”. Dichiarazione di Ottorino Barassi, Presidente della Federazione. Triste profezia, come quella di Vittorio Pozzo, che scrisse: “Nostra ambizione è di essere all’altezza dei maestri. Più che una lotta è una discussione tecnica l’incontro Italia – Inghilterra. Ci si permetta di dire: noi riteniamo che, per questa discussione, i nostri avversari posseggono in pura linea assoluta e generale mezzi migliori dei nostri. Noi potremo supplire con la velocità, con la genialità, con il ricorso ad una qualità di risorse che sono peculiari del temperamento latino, ma in pura linea tecnica abbiamo a che fare con gente che la sa più lunga di noi”. Detto fatto, gli inglesi ci asfaltarono per 4 a 0 mantenendo inalterato il mito che li avvolgeva. Ma non senza attenuanti per la squadra ‘azzurro/granata’ che subì al 4’ la più incredibile delle reti. Il funambolico Mortensen, forse tentando un cross, beffò Bacigalupo dalla linea di fondo mandando subito in vantaggio i bianchi. Rete da antologia o pura casualità? Nessuno lo saprà mai. Dopo – prima del raddoppio di Lawton – ben due reti (Menti e Carapellese) vennero annullate agli italiani per offside, e qualche dubbio resta. Anche perché Swift parò tutto e di più, anche perché Gabetto colse la traversa sullo 0 a 2. Ma la storia non si riscrive e i bianchi, guidati dal leggendario Matthews, nella ripresa chiusero il match manifestando una superiorità di evidenza cristallina. Di fronte emozione e frenesia, troppo poco.

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Non vacillò invece l’orgoglio di una organizzazione perfetta, di una grande festa popolare, di un pubblico da record: 80mila paganti e 40 milioni di incasso. Oggi, nello stesso impianto, si arriva al massimo a 28mila…segno dei tempi. Così come ‘segno dei tempi’ si può definire l’entusiasmo – molto ‘automobilistico’ – con cui ‘Torino, rivista mensile della città’ celebrò ‘La partita del secolo’. Nel giornale della municipalità Vittorio Chiantore riportò: “ L’incontro è ormai acquisito alla storia e a noi interessa più la cornice di quello che è stato il grande quadro… Notevole cornice rappresentata dall’animazione cittadina e dei forestieri per l’accaparramento del sospirato biglietto d’ingresso, dal considerevole concorso di folla, dalla spettacolare parata di macchine attraverso le principali vie cittadine, e dal fermento di vita che per un giorno ha fatto della nostra città una specie di metropoli… Diremo ancora dello straordinario susseguirsi di macchine dalla lussuosa fuoriserie americana alla piccola utilitaria, dal furgoncino uso lavoro agli imponenti pullmans con rimorchio, una vera girandola di macchine che si sorpassavano, si incrociavano tra l’attonito stupore dei cittadini che si erano fatti impegno di non mancare allo straordinario spettacolo che li trasportava di colpo dalla sonnolente vita quotidiana in una babelica città di traffici e di intensa vita. E diciamolo pure. I commenti, espressi con fiere parole o con sommessi sospiri, erano tutti concordi: peccato che domani sia tutto finito! Fosse sempre così”.

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