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London calls Torino risponde

Un web-magazine di Guido Barosio, Alessandro Defilippi e Antonina Sciortino

Gipo, la voce di Torino

Note, storie, emozioni. Torino Magazine propone il proprio omaggio al personaggio simbolo di una città che lo ha amato e seguito nel tempo, con quell’affetto che solo raramente supera la barriera delle generazioni. La storia di Gipo Farassino, il suo rapporto con la Torino, le tante testimonianze di chi lo ha conosciuto e ha diviso con lui un percorso di note, storie, avventure, vicende intime e memorabili che hanno segnato una rotta destinata a restare indelebile. Comprendere Gipo è come comprendere Torino. Realtà inconfondibili, anomale, uniche, umorali, nobili e plebee. Gipo Farassino non è – e io amo esprimermi al presente, perché i miti non hanno mai una conclusione anagrafica… – un cantante (o attore) dialettale, come la sua città non è una cosa sola. Torino è ‘differente’: ‘industriale’ e bottegaia (nel senso più ricercato del termine), capitale (o ex capitale) dell’auto e capitale (o ex capitale) d’Italia, popolare e stravagante, aristocratica e (persin troppo) sottotraccia nelle sue manifestazioni d’orgoglio sempre ben motivate, nobile e stropicciata, la città più francese d’Italia e la più italiana di Francia, amante dei suoi re (i Savoia come gli Agnelli) ma sarcastica (perfida? ingrata?) nel momento di giudicarli, splendida nel suo Barocco ‘purissimo’ e ingrigita dalla sua periferia, città ‘di ringhiera’ e di scaloni aulici, Palazzo Madama e ‘Via Cuni’, la Juve e il Toro, il Museo Egizio e Lungo Dora Napoli, la Mole – che è ebraica di concezione ma svetta come un tempio orientale senza uguali in Europa – ed i viali disegnati con la squadra, la prima città al mondo a brevettare gli orinatoi (detti ‘pisur’) e l’unica ad offrire acque alpine dai ‘turet’, coi piccioni che resistono all’arrivo dei gabbiani, coi piemontesi che hanno accolto/odiato/amato veneti e pugliesi, calabresi e napoletani, rumeni e albanesi, magrebini e senegalesi.

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Tutti questi elementi, queste identità, in continua evoluzione e in perenne contrasto sotto il medesimo cielo: grigio come un panno sporco quando piove, celeste a incorniciare le sue montagne appena Eolo soffia via le nuvole. Gipo è nato qui e non poteva essere un ‘grande interprete nel suo dialetto’ e basta. Lui – il top di gamma di sempre in questa nostra terra – è unico nel suo leggere/cantare/interpretare i cortili, le meraviglie e l’umanità di un posto che non assomiglia – come Gipo stesso – a nessun altro. Poi Torino è Porta Pila: il più grande mercato del mondo sul mare col mare a 130 chilometri di distanza. Porta Pila è ‘portuale’ per elezione: un luogo di sbarco dove tutti i nuovi torinesi hanno portato se stessi e le proprie mercanzie senza pudore e senza spavento, un territorio franco e affrancato dove commerciare, parlare la propria lingua, incominciare a parlare quella degli altri, affermarsi nella propria identità aprendosi (a volte con mille difficoltà) alle altre identità giunte sul medesimo selciato, tra banchi e voci, tra verdure e rumenta. Gipo amava Porta Pila e ci ha salutato – forse con in mente ancora uno spettacolo, ancora una canzone – a poche centinaia di metri da Porta Pila: in quella casa di via Della Consolata che si affaccia sulla chiesa più amata dai torinesi. La stessa casa dove abito io – ‘my home’ come dicono gli americani quando un posto ti appartiene, e non ‘house’ che è solo l’edificio coi suoi 4 muri… – e dove ho avuto il privilegio di averlo come ‘vicino’. Sempre con la battuta pronta, col sigaro (più spento che acceso) tra le labbra, col suo passo da guascone che dominava lo spazio, tipico degli uomini che sanno sempre dove vogliono andare… Gipo amava Porta Pila perché era il suo ‘confine dell’anima’: il posto delle ‘storie’, delle avventure dei ‘falabrac’ che si sono sempre dovuti inventare qualcosa per sopravvivere, delle avventure struggenti di chi ha sempre voluto ‘andare via’ sapendo che avrebbe – in ogni giorno della sua vita, prima o poi… – sognato di tornare; tra ringhiere e panni stesi, tra odore di minestra e sigarette scroccate, tra accordi di una ‘fruia’ e voci spiegate rese orgogliose dal vino nei ‘bution’. Gipo (sicuramente mi sente e alza il sopraciglio perplesso, ma forse orgoglioso…) è shakespiriano nel suo DNA. Dominava la scena e incantava la ‘sua folla’ con quella forza nobile e popolare dei grandi attori cinquecenteschi: i medesimi che incantavano regine, paggi, massaie e popolani. Era trasversale perché la sua musica – affondata nel meglio dello swing e della tradizione degli chansonnier francesi – sfuggiva ad ogni etichetta: ringhiosa, commovente, senza tempo, sempre nuova, mai banale, odorava di Marsiglia, Parigi e New Orleans senza allontanarsi dal Songone, il suo ‘Sangon Blues’… Ma le storie erano nostre, quelle di una Torino che – dagli anni ’50 ai ’70 – non era certo trendy. Nel panorama nazionale eravamo un posto lontano dal potere e dalla storia, da noi si ‘ruscava’, c’erano i ‘soldatini con le tute blu’ e Torino si era quasi dimenticata di essere bella. Ma noi – le famiglie di quel tempo – si andava a teatro e – all’Erba come all’Alfieri – lo si affollava come in un rito. Dal palcoscenico arrivava l’avventura, il nostro Far West, la nostra epopea di ‘torinesi’ unici e orgogliosi, la nostra voglia di fare e di disfare, di temere duro, di sorridere (sovente di ridere) con storie di ringhiera, di biciclette scassate, di balordi picareschi e sognatori, di eterni provinciali attorno ai quali si era costruita una metropoli. A dodici anni sono andato per la prima volta a teatro e c’era lui; per me – e per tanti ragazzi della mia generazione – era il debutto tra le poltrone di velluto di una sala vera. Per me – e certo non solo per me – era ascoltare ‘qualcuno di noi’ (un parente? Uno zio irriverente che ‘mostrava i muscoli’ e la risata, uno che la sapeva lunga…) mentre ti incollava l’immaginario ai tuoi posti, alla tua gente, alle cose di tutti i giorni che diventavano leggenda da commentare a casa il giorno dopo. Ecco Gipo è stata la mia, la nostra, identità: siamo cresciti con lui, abbiamo riso e ci siamo commossi, con lui siamo sempre stati – e non era cosa da poco – vicini, uniti, alle nostre famiglie indipendentemente dalle barriere generazionali. Gipo è nostro: nei tinelli degli anni settanta si ripetevano le battute dei suoi monologhi, si tentava – senza estro e tanta buona volontà – di riproporre qualche brano della sera precedente. Canzoni che forse ti rimanevano in testa perché non erano figlie di una ‘musica qualunque’: Porta Pila era Aznavour, in altre si affacciava un blues che ancora non conoscevamo, lo swing ti faceva tenere il ritmo, altro che folk, altro che nenie cullanti da colline campagnole, Gipo era contemporaneo, era internazionale, era la nostra star che – inconsapevolmente – avrebbe segnato la genesi di un sound torinese ancora lontano dal manifestarsi. Ed eccola la vera differenza, stiamo parlando di un ‘autore globale’, torinese e universale, radicatissimo ma internazionale per viaggi e sensibilità, curioso quanto fiero delle proprie radici; musicalmente anarchico, sempre pronto al nuovo, ma solo se ‘il nuovo’ aveva ragione di essere come risultato, perché poi in scena ci andava lui, mettendoci la faccia l’anima, la grinta, la voglia e la forza. Sincero sempre. Scomodo sovente. Ma comunque patrimonio condiviso. A teatro era un leone che si mangiava la scena. Guido Davico Bonino lo definì (anche lui…) un grande attore elisabettiano in pectore; suggerendogli un confronto coi ‘grandi testi’ del teatro. Niente da fare, come per Strelher, che gli avrebbe fatto calcare palcoscenici internazionali. Un giorno gli disse “Gipo, chiamami, così facciamo qualcosa insieme…”. Però lui, schivo, durante un’intervista mi rivelò: “Ma io cosa lo chiamavo a fare Strelher…”. Schietto ma anche riservato, forse inconsapevole, trascurò tutte le grandi occasioni per essere un Gassman torinese. Ce l’avrebbe fatta, sicuramente, ma quel confronto coi grandi testi non era affar suo. Di lui ci resta un ‘teatro di genere’ irresistibile, sovradimensionato rispetto alle sue potenzialità. Ma, anche per questo, nostro. Unico. Torino – città conformista ma differente, nobile e popolana, sorprendente e sovente incompresa – serra dentro di se dei capolavori che non è sempre facile narrare a chi non la conosce. Ma è una questione di ‘stile’: quando la profondità è ricca, alternativa, non sempre facilmente spiegabile, ci sono cose che per ‘gli altri’ restano sulla soglia. E lui, il grande attore elisabettiano che non recitò mai Shakesperare, il cantore di quelle ringhiere che amiamo tanto, lo chansonnier bravo come Brassens e Montand, l’amico dei Subsonica e il primo bluesman italiano, in fondo ce lo godiamo solo noi. Ed è giusto così. Ce lo meritiamo, ci sono cose che non sempre vanno condivise. Ma ovunque vai, se sei torinese anche se parli mantovano o calabrese, arabo o swahili, porterai sempre con te una parola di quattro lettere – Gipo – che ti farà sorridere, ricordare, intonare un ritmo; una parola, un nome, che ti ricorderà da dove vieni. Una città dove c’è un porto senza che ci sia un mare, una città dove la Francia è dietro l’angolo, un luogo di ciminiere, biciclette e re imparruccati, un posto non sempre facile da amare ma pieno di storie, di sorrisi esposti ai ballatoi, di montagne a portata di mano, che non era semplice cantare e raccontare. Gipo ci è riuscito, con un sigaro più spento che acceso, col passo da guascone, con un gusto per l’avventura tutto suo, con fiumi che non erano il Missisipi e la Senna ma si facevano amare attraverso note memorabili. E una voce unica, potente, dal timbro inconfondibile, memorabile per chi sa individuare Porta Pila come la propria Croce del Sud.

Foto di Pasquale Modica e archivio Farassino

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