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London calls Torino risponde

Un web-magazine di Guido Barosio, Alessandro Defilippi e Antonina Sciortino

Gandhi e l’arte di filare a mano

Se trovate un’insegna che contiene le parole Khadi e  Bhavan allora vi trovate davanti ad un negozio che vende prodotti interamente lavorati a mano come cosmetici e piccoli manufatti ma soprattutto tessuti filati a mano dalle cooperative tessili dell’India rurale supportate dai programmi di sviluppo del governo Indiano.

La tradizione del Khadi, in occidente conosciuto come cady,  risale al tempo della lotta per la liberazione dell’India dalla dominazione Britannica e nacque dal movimento nazionalista lanciato da Gandhi per usare solo tessuti interamente prodotti in India.

All’epoca del Raj infatti, l’impero acquistava dall’India cotone a basso costo, lo trasformava in tessuti negli opifici inglesi, questi venivano poi rivenduti a caro prezzo agli stessi Indiani che avevano fornito la materia greggia (gl’inglesi devono allo sfruttamento del cotone indiano gran parte del successo della rivoluzione Industriale di metà ‘800)

Filare da sè i propri tessuti divenne il simbolo della lotta tanto che l’Ashoka Chakra che campeggia al centro del tiranga Indiano fa riferimento anche al filarello che si usava per filare il cotone.

L’uso di abiti tradizionali realizzati in khadi sebbene incoraggiato anche dal governo si scontra  con le mode e la globalizzazione. I vecchi Khadi Bhavan di solito ubicati nelle vicinanze dei templi sono tristemente vuoti di merci e di clienti e anche se richiamano ad un coraggioso passato di lotte sono destinati a sopravvivere grazie ai programmi assistenziali. Eppure, i modelli fatti ad esempio con la tecnica Ikat sono molto belli e le fantasie molto moderne, ci vorrebbe una superstar che ne rilanciasse la moda

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