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London calls Torino risponde

Un web-magazine di Guido Barosio, Alessandro Defilippi e Antonina Sciortino

Dieci scrittori inglesi dimenticati: 3. Jerome K. Jerome

Jerome Klapka Jerome. Solo il nome mi mette di buonumore. La prima volta lo lessi da ragazzo: Three men in a boat (Tre uomini in barca), Three men on a bummel (Tre uomini a zonzo), They and I (Loro e io), tutti rigorosamente in italiano e nella vecchia BUR, quella talmente povera ed essenziale da divenire, inevitabilmente, snob.

loro e io

La vecchia, meravigliosa, BUR: notate le dimensioni!

Ma non ho mai smesso di frequentare J., come talora si autonomina nei suoi libri (ci sono il K. di Kafka e il J. di Jerome, in effetti). Anche gli  altri suoi libri sono fini e gradevoli. Ma i tre citati, beh, li ho riletti almeno dieci volte ciascuno e credo li rileggerò ancora. Da portarsi su un’isola deserta, direi, insieme a un bidone di Gin and Tonic e a poco altro.  Sapevate, tra l’altro che il Gin and Tonic nasce come medicamento, accoppiando le salvifiche virtù del gin e quelle antipiretiche del chinino? Lo inventarono, ovviamente, gli inglesi e se ne faceva largo consumo nell’India coloniale.

Cosa c'è di meglio?

Cosa c’è di meglio?

Ne parleremo un’altra volta, ma comunque, se non vi piace Jerome o il G&T, beh, leggetevi un altro post.

Dunque. Jerome Klapka Jerome nasce nel 1859 a Walsall nelle West Midlands. Luogo oggi non proprio ameno, temo, a giudicare dalle fotografie attuali. Il secondo nome, Klapka, così squisitamente non inglese, pare derivi da quello di un generale ungherese.

J. non ebbe una vita facile: tentò varie carriere, tra cui quella di attore e quella di giornalista, prima di vendere le prime copie di Three men in a boat. Lo avete letto? Almeno quello? No?

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       Jerome_three_men_in_a_boat_title

Non ci credo. Se davvero non avete letto TMIAB, correte in libreria, scaricatelo sul vostro e-reader, craccatelo da quello di vostra cugina, fatevelo raccontare. Insomma. Avete presente Wodehouse? Ebbene, in confronto a Jerome, Woodehouse è un autore noioso. L’umorismo di Jerome è forse il massimo esempio di quello che viene abitualmente chiamato humour inglese, basato sul controtempo, sul rovesciamento e sull’understatement. Qualche esempio?

“Io ho sempre l’impressione di fare molto più lavoro del dovuto. Non che sia contrario al lavoro, intendiamoci, il lavoro mi piace, mi affascina. Posso starmente seduto a guardarlo per ore”.

Oppure:

“… perché ogni medaglia ha il suo rovescio, come disse quell’uomo a cui presentarono le spese del funerale della suocera”.

Il vero capolavoro del Nostro è, secondo un parere del tutto personale, They and I, in cui si narrano svagatametne le disavventure di un uomo che acquista una casa in campagna e vi va a vivere con la moglie (la piccola Madre) e con i tre figli.

Meno elettrico e ricco di gag del dittico di J., George e Harry (Tre uomini…), ma pieno d’ironia e di serenità. Gli unici scrittori, sebbene diversi, che mi abbiano dato sensazioni simili sono il Dickens dei Pickwick Papers) e il veterinario James Herriott, di cui vi consiglio caldamente i deliziosi primi libri. Un umorismo certo diverso da quello cui siamo abituati oggi, in cui il lazzo, lo sberleffo o l’ingiuria sommergono altri atteggiamenti. Chiariamoci: non ho nulla né contro i lazzi e sberleffi, né contro le parole “forti”. Quando ci vuole ci vuole, e ho molta nostalgia di certe riviste scomparse come Il Male o di certi inserti satirici come Cuore o Tango. E quando mi capita, compro volentieri Il Vernacoliere. Sono cose diverse, figlie anche di ritmi diversi. Per godervi Jerome dovete avere un po’ di tempo, leggere lentamente, magari con un whisky di malto –liscio per favore!- a portata di mano. Ma state certi che ne verrete ripagati, come si diceva un tempo, a usura (avete visto che l’ho usata, una parolaccia?).

 

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