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London calls Torino risponde

Un web-magazine di Guido Barosio, Alessandro Defilippi e Antonina Sciortino

Dieci scrittori inglesi dimenticati: 2. H. G. Wells

Quando ho scritto di A. C. Clarke pochi giorni fa e l’ho inserito in una lista di autori poco frequentati, qualcuno mi ha detto: “Dimenticato da chi?”. Sono contento che ancora siano in molti a leggerlo: ciò non toglie però che certi scrittori siano, negli ultimi anni, finiti in un poco comprensibile oblio. Clarke fa parte di questi, anche a causa del fatto che i tempi d’oro della SF paiono –per ora- tramontati: la narrativa d’anticipazione segna il passo di fronte a un pullulare di teen-vampiri e di saghe fantasy lunghe e intricate come le vecchie Pagine Gialle di Pechino e che hanno anche (vedi il Trono di Spade) lo stesso numero di abbonati (pardon, di personaggi). Ma è questione di gusti, e forse anche del fatto che oggi si preferisce Volo a Calvino.

Torniamo a noi. A parlare di Clarke mi è tornata voglia di (ri)leggere un altro colosso. Ma questa volta parliamo di un grande scrittore tout court: Herbert George Wells (1866-1946). L’autore di The War of the Worlds, di The Time Machine, di The Island of Dr. Moreau e di The Invisible Man. Potrei continuare: ho tralasciato le sue raccolte di racconti, per esempio, come The Stolen Bacillus and Other Incidents o The Country of the Blind and Other Stories e via così.

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La prima edizione di The War of the Worlds

Wells  è uno scrittore incostante, è vero; e i suoi personaggi femminili sono evidentemente poco più che burattini vittoriani; le sue storie, per di più, talvolta, specie negli ultimi anni, tendono a perdere il taglio narrativo per divenire utopie filosofiche di stampo socialista (Wells faceva parte della Fabian Society , l’associazione cui furono legati uomini come G. B. Shaw e H. Ellis tra gli altri e che oggi gode di una rinnovata vitalità). Ma, aldilà di tutto ciò, sono pochi gli autori che hanno saputo raccontare come lui lo stupore e l’angoscia, il senso di meraviglia e l’ostinazione del genere umano. Come ho già accennato nel primo post di questa serie, le visioni di The Time Machine ci colpiscono tuttora per la loro vivida estraneità e per la loro capacità di suggerirci spazi e tempi finiti/infiniti.

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La prima edizione di The Time Machine

 

A questo proposito, nella letteratura inglese, mi vengono in mente i nomi di altri due dimenticati di cui parlerò presto: quel W. H. Hodgson che, con The House on the Borderland e il quasi illeggibile -ahimè- The Night Land, arriva a darci una straordinaria rappresentazione dell’inconscio; e l’immenso M. Peake, il cui ciclo di Gormenghast altro non è se non un meteorite atterrato sulla Terra a parlarci di noi e di ciò che sta –forse- oltre noi.

Ma ancora una volta torniamo a Wells: leggete almeno, se già non l’avete fatto, come spero, The War of the Worlds e The Time Machine. Osservate il formicolio terrorizzato della Londra vittoriana all’arrivo dei conquistatori da Marte, il saltare in aria delle convenzioni sociali, la liberazione, infine, che giunge non per merito degli umani ma per una regola sotterranea della natura.

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I tripodi marziani

Viaggiate lungo le ere geologiche con the Time Traveller. Aggiratevi nel paese dei ciechi.

Non ve ne pentirete e potrò sussurrare: “Ve l’avevo detto”.

Ah, dimenticavo: guardare il pessimo film di Spielberg con Tom Cruise non è la stessa cosa.

Proprio no.

 

 

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