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London calls Torino risponde

Un web-magazine di Guido Barosio, Alessandro Defilippi e Antonina Sciortino

Dieci scrittori inglesi dimenticati 1. Arthur C. Clarke

Alzi la mano chi si ricorda di Arthur C. Clarke. Non pochi, spero, specie tra i lettori di Science Fiction e i cinefili. Ma anche tra gli scienziati. Perché Clarke, inglese di Minehead, nel Somerset, è stato uno dei padri della SF moderna (hard SF, in realtà, fantascienza tecnologica), ma anche, come diceva il buon Veltroni (avete notato che il buon… si dice sempre dei trombati, con pardon parlando?) lo sceneggiatore del capolavoro di Kubrick 2001 A Space Odissey, ma anche uno scienziato, ma anche un subacqueo, ma anche il rettore dell’Università di Ceylon, ma anche…

Basta. Se volete saperne di più, andate a leggervi una sua biografia, con l’avvertenza che vi troverete qualcosa che fatalmente urterà la vostra sensibilità, come ha urtato la mia. Qui si apre l’annoso e non indifferente problema della vita privata e della morale degli artisti. Personalmente ho sempre cercato di mantenere ben distinti i due campi, dando un giudizio sull’artista e uno sull’uomo e cercando di fare in modo che quest’ultimo non influenzasse il primo. Non sempre ci sono riuscito e così, ad esempio, non riesco a leggere Céline; ma diciamo che la mia regola di base è questa.

Ciò detto, vorrei parlarvi di libri, oggi e per la precisione del ciclo di Rama, pubblicato da Clarke tra il 1973 e il 1993.

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Quattro libri, da Rendezvous with Rama a Rama revealed, passando per Rama II e The garden of Rama, tre dei quali meritoriamente tradotti da Urania. Il quarto, per quanto ne so, esiste solo in originale.

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Clarke è un maestro dell’incontro con altre civiltà, o meglio, con i loro più misteriosi prodotti. Se in 2001 si trattava dell’enigmatico monolite che porta agli australopitechi la scintilla della creatività manuale, in Rama ci troviamo di fronte a una grande astronave apparentemente deserta e grande come un piccolo mondo con i suoi panorami e le sue leggi “naturali”, che penetra con intenzioni non definibili nel sistema solare e che viene esplorata a più riprese dagli esseri umani.

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Una rappresentazione del “mondo interno” di Rama

Il primo volume della tetralogia fu scritto dal solo Clarke, mentre gli altri tre con la collaborazione con Bert Gentry Lee, altro scienziato-scrittore. In Rendez-vous with Rama, i personaggi sono quanto di più british, simpaticamente simili a certi colonialisti in grado di osservare i costumi più diversi con un’alzata di sopracciglia e un sorso di gin and tonic. E forse, sotto sotto, altrettanto ottusi. Nei tre successivi, si nota un tentativo, talora eccessivo, di introspezione psicologica, tanto da spingerci talvolta a saltare per vedere “come va a finire”. Il ciclo, da cui da anni Morgan Freeman cerca di produrre un film, è però imperdibile: raccontarvene la trama al di là dei pochi accenni precedenti, è impossibile e sarebbe un delitto, perché in essa aleggia il mistero che è il miglior attributo di certa narrativa di anticipazione scientifica. Basti dirvi che in Rama riecheggia talora la voce di H.G. Wells e dei suoi The war of the worlds e The time machine, di cui parleremo presto. Un’atmosfera in cui la tecnologia e la scienza divengono il sublime pretesto per parlare delle cose ultime. Non vi sto dicendo che Rama è all’altezza della storia degli Eloi e dei Morlock e della dolorosa, enorme visione con cui si chiude The time machine, ma che vi lascerà, ne sono certo, un senso enigmatico, un percezione di ulteriore, di infinità del tempo e di mistero. E questo è quello che a volte la narrativa, alta o bassa, letteraria o di genere, sa donarci.

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